Un abbraccio che riecheggia nell’animo

Il vento, il fuoco, l’acqua, la terra. All’occhio comune nulla in comune. La chimica insegna, invece, che tra tutto ciò esiste una correlazione. Ma la chimica degli elementi non può nulla dinanzi la chimica umana. L’amore, il bene, un abbraccio. Ho provato tutto ciò, finché dura è l’insieme che più preferisco. Pagherei oro per riabbracciare tutti, chi mi ha tradito, chi mi ha ferito, tutti. Proprio non riesco ad odiare. Non mi importa se queste resteranno solo parole scritte nel profondo nulla, non mi importa se non sortiranno alcun effetto. Questo è il mio mondo, qui voglio essere e devo essere me stesso, per Diana. Abbracciarei te, mio primo fiore, ricordo ancora le tue labbra. Ma eri troppo confusa ed io troppo ingenuo. Amerei te, mio gran vissuto, quanto bene t’ho voluto, quanto amore ti voglio. Chissà a che pensi, prima di dormire, chissà se ci pensi a quando eravamo stupidi. I pensieri, logorati dal tempo, delle volte mi fanno visita e mi chiedo, solo per curiosità, cosa o chi abbia deciso il nostro tempo. Mia dolce metà, ti penso ancora. Sei qui, nelle profondità del mio essere che ora camuffo con la stupidità del qualunque. Spero tu possa essere felice, ovunque tu sia. Vorrei abbracciarti, ancora una volta. Vorrei… tutto ciò sfuma. Potrei perdermi ancora, far finta che tutto sia giusto così, ma non sarebbe credibile agli occhi della mia coscienza.

Il nemico non esiste

“La solitudine ammazza” recitava uno spot progresso in televisione. Era da poco passato mezzogiorno, occhi giallastri, bottiglia di birra svuotata, l’ennesima. Non dormiva da circa tre giorni, niente contatto con l’esterno, niente chiamate, niente messaggi in segreteria. Era così da quando era stato usato, ancora una volta. “Non ti si vede molto in giro” la sua mente ricordava, di tanto in tanto. Uno strano ghigno appariva sul volto, tutte le volte. Quella volta, però, il terrore pervase quel volto. “Con te mi sembra di essere a casa” la sua mente continuava torturandolo. Ed una lacrima gli bagnò la guancia, fermandosi tra le increspature di quella folta ed ispida barba. Sulle sue mani vide le vene sui dorsi farsi gonfie e la pelle farsi scura, quasi a macchie. “Sta tornando, lo sento” ripeté mentre correva verso quella boccetta, lo Xanax. Proprio mentre tendeva il braccio, proprio mentre le terminazioni nervose cessavano di rispondere ai comandi del cervello, avvertì un dolore lancinante sotto la pianta dei piedi e si lasciò andare giù, verso il proprio oblio, giù, verso il pavimento. E la bocca si serrò, gli occhi lasciarono andare via, per sfogo, chilometri di lacrime. L’intorpidimento saliva, dalle punte delle dita, su per le falangi, i polsi, le braccia. Un corpo inerme e sofferente, palpitante su di un duro e spietato pavimento, si increspava come foglie d’autunno ai piedi degli alberi spogli. Fermo, inerme come una preda ferita a morte da un cacciatore invisibile, aveva preso a respirare pesantemente quasi a voler partorire tutto quel malessere. “Niente gocce, niente opercoli, niente canne. Stavolta devo vincerti maledetta, stavolta sono io il più forte” esclamò a se stesso, tremante e speranzoso come non mai. Da li a poco ogni respiro si fece pesante. Fu come vivere in gabbia. La mente, lucida, assisteva alla disfatta del corpo che, nel frattempo, si contorceva dal dolore sotto i colpi di quel blackout cerebrale. “Un uomo in bicicletta” ripeté digrignando i denti. “Un uomo in bicicletta, la campagna, i cani… IL DOLORE” continuò quasi vinto dalla sua stessa psiche. E gli occhi iniziarono a sbiancare, ed il corpo continuò danzando freneticamente a ritmo di convulsioni e spasmi. Il soffitto, il buio, la gamba di una sedia, il buio. Una mano si fece pugno, l’anima si fece strada attraverso gli occhi, i muscoli si contrassero, la volontà si fece padrona. Questione di attimi e quel corpo ansimante, steso ad asciugarsi dai suoi mali, si alzò a mezzobusto. Un ghigno comparve sul suo viso, felicità. Ansimando per lo sforzo si lasciò andare in una risata compiaciuta mentre l’intorpidimento e i crampi lasciavano quel corpo martoriato dall’odio. “La felicità è non provare dolore, vincere delle battaglie ed infine avere ancora la forza di far sorridere l’anima” si disse mentre poggiava il capo al muro e volgeva lo sguardo al soffitto. A tratti sembrava sospeso nel vuoto, in piedi su di un filo invisibile in perenne tensione. Ma la felicità di esser riusciti a vincere, con le proprie forze, la lotta contro se stesso prevalse ed anche quel giorno il cuore continuò a pulsare vita.

L’importanza di un abbraccio

Esistono forze invisibili che, costantemente, agiscono su tutto il creato. Energie, frequenze libere, che pervadono l’infinito in lungo e in largo, rilasciate secondo dopo secondo da quegli enormi laboratori chimici che chiamiamo stelle. Tutto è regolato dalla gravità, madre di tutte le forze, che soggioga e plasma a suo piacimento l’eterno tutto. Essa condensò in nubi l’idrogeno, miliardi di anni or sono, per poi continuare ad agire, incessantemente, ed accendere, come fiammiferi sfregati su superfici ruvide, i primi soli che, a causa della pressione e delle reazioni termonucleari, trasformarono, con il loro bruciare, quel combustibile naturale in elio e radiazioni cosmiche che da allora vagano senza meta rendendo lo spazio sconfinato il luogo più inospitale in assoluto.
Chissà dove finirò quando sarò energia libera” pensava tra sé un atomo di idrogeno appena sotto il mantello di una nana gialla. “E smettila con questi interrogativi astronomici, per Giove” replicò un suo vicino spazientito. “Sono sette millenni che non pensi ad altro, preferivo di gran lunga quell’altro che si credeva elio e rideva per qualunque cosa” continuò visibilmente annoiato. “Ma quindi tu riesci a sentire i miei pensieri?!” rispose il primo, stupefatto. “Certo che si, siamo così vicini che a malapena riesco a distinguere il mio respiro dal tuo. Ti ricordo che, tra qualche secolo, ci fonderemo insieme… dovremmo riposare, santo Nettuno!” concluse l’altro, stanco, accompagnandosi con uno sbadiglio. “Ma se non andasse proprio così? Se per qualche ragione a noi sconosciuta la fisica e la chimica non ci permettessero di raggiungere l’eterno infinito?” ribatté il primo. Ma l’altro, stanco ed annoiato, era già con gli occhi chiusi e sognava la sua sorte. Un sospiro, sguardo triste verso il basso ed anche quel piccolo pensatore volse il suo tempo al sonno. Passarono interminabili minuti, anni che parvero ore, le lancette astrali corsero vorticosamente, un miliardo di esplosioni ed il momento propizio arrivò. Un rapido, assordante fruscio, cinquemilacinquecento gradi fusero insieme i due atomi che, come da programma, si trasformarono in frequenze libere. “Aspetta mezzo herz, devo assestarmi e trovare la mia frequenza” espose, ancora tramortito dal sonno, quel piccolo atomo, portatore di energia e domande sul creato. “Per gli anelli di Saturno, dovevi riposare anziché starmi addosso con i tuoi perché” tuonò severo l’altro mentre cercava di rallentare la sua frenetica corsa verso il profondo spazio. Fu un millesimo di secondo ad aggiustare tutto. L’elettrone, prima atomo di idrogeno, si liberò di una traccia di elio che si disperse altrove consentendogli di raggiungere il compagno. I due, superata la corona della stella, ormai liberi dalle forze atomiche che li legavano a quel mostruoso vitale tutto, continuarono, paralleli, la loro corsa verso l’ignoto. “Ma secondo te dove siamo diretti?” domandò entusiasta il piccolo pensatore. “Divina Gaia, ci risiamo. Ma perchè ti poni domande?! Eri un atomo, ora sei una frequenza libera nell’infinito creato, di cosa mai vorrai preoccuparti?” replicò con aria tediata l’altro. “E che mi sembra tutto così assurdo. Siamo stati energia, lo siamo ora e lo saremo comunque, qualunque sia la nostra meta. Cambiamo solo nell’aspetto, come se ci fosse qualcosa di sbagliato ed il nostro istinto di sopravvivenza se ne rendesse conto” rispose con aria intimorita il primo. E l’esistenza continuava facendo scorrere il tempo, i chilometri. Otto minuti, è il tempo che ci mette la luce del sole per arrivare sulla terra, terzo pianeta del sistema solare. Otto minuti e le due frequenze raggiunsero l’atmosfera terrestre incontrando gli atomi di ozono, azoto ed idrogeno. “Bene, ora parla con loro. Ti saluto, mi vado a scomporre sul quel manto blu, laggiù” terminò, ormai esausto dai ragionamenti del primo, quel piccolo accenno di energia, indicando l’oceano. Ma il nostro pensatore non ebbe nemmeno il tempo di capire dove potersi liberare che venne scomposto in tante piccole sotto frequenze. Era mutato, ancora, e la sua anima, stavolta, si concentrava nello spettro degli ultravioletti. Si trovava nella stratosfera quando, volgendo alla troposfera, decise che si sarebbe posato su di un prato, un giardino pubblico. Chiuse gli occhi, si lasciò andare. “E tu chi sei?” domandò, all’improvviso, un atomo di carbonio. “Sono ciò che resta del tutto che compone la luce” replicò, stranito e stanco, il nostro pensatore. “Devi aver fatto un gran bel viaggio. Chissà quante domande ti sei posto, quanti mondi hai visto” ipotizzò il carbonio. I due si guardarono e nell’infinito di un abbraccio fusero insieme i loro pensieri. E fu consapevolezza, e furono tutte le emozioni dell’universo.

Ma forse la vita è un viaggio in statale, c’è la nebbia e si è diretti verso una foresta, la più bella di tutte. Lì dove il vento soffia sui volti di chi danza, lì dove regna la condivisione delle nostre sinergie.

Alla mia pipa

Tu, compagna di mille sfumate avventure. Metà industriale, bocchino color pece, metà natura dura e resistente, braciere ligneo color ambra. Sei stata con me durante mille avventure, viaggi, fumate e condivisioni. Eri il mio modo di comunicare bene, il mio calumet della pace. Ti caricavo con cura il braciere, non prima di averti pulita con lo scovolino, sturandoti via quel che restava della precedente fumata. Spesso ho abusato di te, spesso ancora sei stata giorni su quella mensola, al tuo posto personale. Mia piccola ciminiera errante sulle labbra, ti aspiro, il braciere si tinge di rosso vivo e mi regali il fumo dolce del tabacco vanigliato. Ti stuprai, usai male il tuo corpo caricandoti di sostanze resinose… moristi per due giorni. Eri con me quando ballavo, alle feste. Eri con me quando scrivevo, leggevo, disegnavo i miei circuiti. Non semplice legno ma radica di noce, dura e resistente, componeva l’alloggio per il tabacco annerito dal tempo. Ed ora che non ci sei più, smarrita chissà dove, ora che ti cerco, ti bramo… dove sei, mia adorata? Unica tra tante, intrinseca di ricordi e passione, cerco e voglio solo te.

Ed anche se, delle volte, avrei preferito diventare un gabbiano, torno a credere che vivere, bene o male, è l’esperienza più bella che abbia mai deciso di continuare

Collisione mentale

Com’è cattivo il mondo. Ma cosa ti avrò mai fatto, dico io?! In meno di un anno tre membri della mia famiglia sono passati a miglior vita, l’ultimo neanche una settimana fa. Credevo di aver trovato il mio punto di riferimento, sembravi l’unica a capire i miei pensieri. Ancora mi chiedo cosa ti ha spinta a volermi tradire… dovevamo vivere insieme quei due concerti, ricordi? Eppure sto bene, respiro. Non provo più nulla se non bene incondizionato verso il cielo, la terra, la luce. “Tutti succubi della propria tristezza, che cosa mai ci guadagnano?”. No, voglio fare qualcosa per cambiare. Ho visto gli elettroni fluirmi addosso, i fotoni deviati dal mio corpo. Ho visto tutti i momenti migliori, tutta la felicità che ho provato finora, tutti gli attimi, i sorrisi, i baci, gli abbracci. Ho visto me stesso in mezzo alla folla. “Sono solo, lo sono sempre stato” ma quanto è bella la solitudine?! Parlo di quella sana, quella che “sei solo”, si, ma stai crescendo. Crei, inventi, immagini, ti evolvi. “A che mi serve uscire, vedere gente se tanto quello di cui ho bisogno è dentro di me?”. Ed ho capito, allora, cosa bisogna ascoltare, cosa bisogna seguire, cosa bisogna essere. Ed ho capito chi sono, quanto valgo, cosa posso fare “o per lo meno, ho capito cosa non devo imitare per vivere bene”. Fanculo la negatività, fanculo il lato sbagliato del mondo, fanculo chi non mi capisce, fanculo se non vengo ascoltato, fanculo il sesso, la figa, le limonate sotto la pioggia, fanculo il vuoto, la cattiveria, la vendetta, fanculo la droga, fanculo pure i soldi… “che poi se ci pensi sulla nostra testa ci sono tipo ottanta chilometri di gas senza cui non potremmo vivere e se ci pensi ancora su milioni di piccoli spermatozoi il caso ha scelto proprio quello che ha generato te. Non ti sembra troppo bello tutto ciò? Magari potrai anche non vincere mai una sega, eppure hai vinto qualcosa già in partenza: l’opportunità di vivere”.

“Sai cos’è?! Quando bevo un po’ mi piace sdraiarmi e guardare in su, ovunque mi trovi. Se sono all’aperto mi lascio incantare dalle nuvole, le stelle o semplicemente il cielo. Se sono al chiuso mi incanto lo stesso… si perché se ci pensi qualcuno come te ha costruito, quello che tu vedi in quel momento, sfidando ogni sorta di legge naturale, tipo la gravità. Ma non è che penso così solo perchè ho bevuto un po’, sia chiaro. Il mio stato di ebrezza mi accompagna ma non mi domina, mai. E’ che, bho, mi sembra tutto davvero così bello… il progresso, il poter essere qualunque cosa, la vita”