Sul fondo dell’oceano

C’è un luogo, su questa terra, in cui ogni cosa può accadere ed avere un senso benché surreale. Non esiste sulle mappe, non è definibile con indicazioni ne circoscrivibile. Esiste solo nell’immaginario collettivo più puro, quello non ancora contaminato dal frenetico e sfuggente vivere, solo nelle menti dei bambini. Fu durante un temporale che il nostro protagonista conobbe quanto prima descritto. Non fu nell’oro, nell’agio, non fu tra abbracci e frasi dolci. Scendeva la pioggia, incessante sul terreno battuto. Faccia nel fango, si giocava a palla prima ma con la pioggia le madri chiamano e si rincasa. Faccia a faccia col terreno, mezzo volto rosso, tumefatto da una pallonata. “Se torno a casa così le prenderò, sicuro” pensava mentre si rialzava, raccoglieva la palla e si incamminava, faccia bassa, lacci sciolti. La pioggia era così fitta, così fredda. “Chissà che sapore ha, chissà se sa di cioccolata” si diceva mentre ripensava a quella volta della pasticceria, passava lì vicino e quella vetrina sembrava così invitante. Ma niente dolci per lui, né allora né mai. Ed il capo si alzò, spalancando la bocca al cielo. E la pioggia batteva sui denti, sulla lingua. “Da di vaniglia” esclamò sorpreso, regalando felicità al firmamento. Ma poi si ricordò “… torna a casa, le botte ti aspettano” e qualcosa, inquietante e leggero come un ricordo, riportò una cinta di pelle sulla sua schiena facendogli gridare via ogni pensiero. Il dolore lo spostò in avanti, cadde a palmi aperti nel fango ed ansimando dallo spavento regalò una lacrima a quell’oceano. “Non è niente, passa, tutto passa” ed intanto la pioggia continuava a scendere, incessante e non curante del creato. Tirò un sospiro, si rialzò. Palmi rotti, sangue, bruciore, raccolse la palla che nel frattempo gli era scivolata. Raccolse il coraggio, Dio gli negò clemenza, la terra gli fu ostile e mentre la sua mente partoriva creature senza vita giunse sull’uscio, aprì la porta, la richiuse. Nessuno in casa, la salvezza. “Un bagno caldo è quel che ci vuole” ma una volta nella vasca colma d’acqua l’immaginazione iniziò a costruire scenari, un mondo subacqueo da esplorare. “In fondo al mare, è lì che dorme mio padre, me lo dice sempre la mia mamma” continuò assorto nel suo pericoloso immaginare mentre nella vasca le bolle d’aria smuovevano onde alte come palazzi. “Papà, salvami dall’orco, picchia forte. Papà, io non lo so davvero che suono fa la tua voce sott’acqua ma non mi importa ora” ed una mano lo afferrò dal fondo dell’oceano, un braccio lo tirò verso sé per stringerlo forte, per tenerlo al sicuro. “L’orco non ti farà più del male, niente più cinghiate sulla schiena, niente più botte. Sei un bravo bambino, non menti, dovevano crederti quando lo indicasti e lui negò, cadde dal letto disse. Non resterai più al buio, non resterai più solo”. Scendeva la pioggia, incessante sui tetti delle case. Restò a galleggiare, faccia verso il fondo, occhi pieni di felicità. Scendeva la pioggia quel giorno, l’immaginazione la vide, dava di vaniglia e sul fondo dell’oceano seppe trovare quello che la terra si rifiutò di dargli.

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Anche l’inverno sente freddo

“Guarda, gli alberi spogli si piegano al vento” pensava cosciente mentre la primavera fioriva sul suo volto. Una mattina d’inverno, quello di alcuni anni fa, camminava a testa alta, come suo solito, lungo i viali alberati, candidi e soffici per il troppo gelo. Il cielo terso rifletteva lo stato d’animo degli uomini in quel periodo dell’anno, era la vigilia di Natale e tutti sembravano mossi dalle solite belle frasi, consuetudini che accompagnavano fiocchi e coccarde. Mentre camminava, offuscato dai suoi pensieri e dalle allucinazioni, si perdeva nei volti della gente e, di quei sorrisi, ne faceva nutrimento per l’animo. “Finché resterò tra la gente i mostri che mi porto dentro non mi troveranno” pensava speranzoso mentre un sorriso ne rifletteva un altro, sul suo volto. Ma i viali, come tutte le strade, terminano e così fece quello. Gli scarponi affondavano nella neve, passo dopo passo non si accorse che la città era finita da un pezzo e stava sorridendo a volti che immaginava al posto degli alberi. Camminò sorridente fino a ritrovarsi al cospetto del grande traliccio elettrico che dominava le porte della società. Non si accorse nemmeno che, lentamente, fiocco dopo fiocco la neve aveva ricominciato a posarsi quando i cavi dell’alta tensione catturarono la sua attenzione imbambolandolo, a bocca aperta, come quando, da bambino, scoprì la meraviglia del bene in un abbraccio. “Per un po’ vorrei provare ad essere normale, senza allucinazioni, senza pensieri” si disse a sé stesso mentre, i fiocchi di neve, creavano un vortice ai piedi del traliccio. “Vorrei non vederlo solo io tutto questo, vorrei sapere cosa si prova ad esser presi per mano mentre si è soli contro sé stessi” ed il vortice continuava, impetuoso, nel suo girare, compattando sempre più fiocchi finché delle gambe, un busto, delle mani, un essere di ghiaccio gli apparve davanti. “Era proprio a questo che mi riferivo, maledetto tu sia Dio, maledetto tu sia firmamento” continuò mentre, chinando il capo, le mani si fecero pugni ed una lacrima amara bucò la neve ai suoi piedi. L’essere nel frattempo avanzò, quasi galleggiando sul quel manto angelico, fino a stargli ad un palmo dal naso. “CHE COSA VUOI?! SPARISCI!!!” gli intimò. L’essere rispose ruggendogli contro con una forza spaventosa, tale  da sollevare la neve da terra e da fargliela danzare attorno. In poco tempo si ritrovò nell’occhio di un enorme ciclone di neve, alzò gli occhi al cielo, una luce, energia. Si sentì pervaso da una forza immane che prese a sollevarlo verso l’alto, verso la luce. Man mano che saliva ebbe la consapevolezza che dopo quel giorno sarebbe andato tutto bene, come quando guardava il cielo d’estate e sorrideva col cuore. Incontrò la luce, fu un attimo. Dalla luce vide due braccia afferrarlo, abbracciarlo, un corpo, un uomo. “Figlio mio, lo so. Quello che pensi, quanto mi hai odiato, lo so. Ho visto il traliccio piangere energia per farti felice, l’energia però non ti abbraccia, non ti insegna a vivere. Ho visto tutte le preghiere che hai affidato al cielo, la paura evaporare via dal tuo corpo, ho visto…” non terminò la frase, interrotto dal suo primo pensiero caldo. “Basta così, torniamo a casa, papà” e gli occhi si chiusero alle pendici del traliccio mentre la bufera ululava verso orizzonti più caldi.

I pazzi non sanno gridare

“Ciao”, si girò di scatto nella folla, non c’era nessuno o per lo meno nessuno che lo avesse salutato. Con la coda dell’occhio intravide un lampo, pantaloni lunghi celesti, scarpe nere lucide e camicia bianca. “Un’altra allucinazione” pensò mentre il senso di ottundimento, che solitamente accompagnava queste esperienze, andava via via scemando. Era un periodo strano, le allucinazioni erano aumentate, problemi cardiaci, problemi sociali. Le parole di un medico, uno di quelli che curano i matti, risuonavano ora più che mai nella sua testa: “se lei non si sfoga, se non trova qualcuno che possa ascoltarla, allora le allucinazioni aumenteranno. Ha bisogno di comunicare, non lo dimentichi mai”. E la mente continuò prendendosi gioco della realtà. Vide una testa senza busto fluttuare nel vuoto, poi due braccia troppo lunghe per essere umane ed infine sentì le orecchie  fischiare. A quel punto si ritrovò solo, con le mani a tapparsi i timpani mentre un sordo lamento lasciava quel corpo. Capo chino, quasi a volersi nascondere. Delle voci presero a parlare ma per sua grande disgrazia solo nella sua testa. Litigavano, urlavano, si picchiavano. L’odio, la rabbia, la violenza. “Tutto bene?” domandò preoccupata una faccia amica vedendolo attonito con lo sguardo pallido, color asfalto consumato. “S-si, ho solo bisogno di dormire, troppo studio per oggi” replicò mentre un treno a vapore sbuffava nei suoi pensieri. Scappò via senza dar tempo, senza avere risposta. “Trauma infantile. Picchia, strizza. Trauma infantile” continuò, ritmica, la sua psiche. Ora un’ombra, ora un lampo di luce lo tormentarono per ore, forse secoli. Sudava freddo. La stazione, il bagno. Entrò di corsa, scivolò sul pavimento con la schiena rivolta verso il muro. “Che cosa diavolo mi succede?!” pensò mentre iniziava a piovere sul suo volto. Ricordò un vecchio paragrafo letto tempo fa: “la pazzia si manifesta a piccole dosi via via crescenti” e mentre quel ricordo sfumava una voce, inquietantemente sinistra gli replicò nell’orecchio: “i pazzi non sanno di esserlo”. Attimi di terrore, sangue freddo. Non era sua consuetudine manifestare ciò che provava, reprimeva. “Calma, respira piano, tra un po’ passa” si impose mentre volgeva il pensiero verso le auto, le corse, i motori. Sfrecciavano veloci nella sua mente, vedeva perfino i piloti salutarlo come se fosse sugli spalti. Il mondo che lo partorì, quel giorno, conobbe la fine della sua sanità mentale. La violenza lo piegò, l’ingenuità lo derubò e non potendo gridare aiuto morì solo, con una manciata di voci a tormentarlo.

Chissà a che pensi quando ti guardo negli occhi

Puzza di spazzatura, lo senti, è nell’aria. Puzza di fogna, di stantio, di marcio. Corre veloce e, perdendosi tra le increspature di questo nostro tempo, infetta gli animi e le menti. E’ quello che ci porta a giudicare, valutare, elogiare, quello che ci porta ad odiare qualcosa che prima amavamo. E’ qualcosa di indefinito, impercettibile finchè non ti punge, come un calabrone d’estate. Porta rancore, malessere interiore. Ti corrode come fa la ruggine col ferro, l’acqua con la pietra. E non importa quanto tu possa essere forte, quanto tu possa far finta di niente, t’ammazza dentro e di colpo non sei più lo stesso. Non ami più gli stessi volti, non hai più le stesse voglie, lo stesso sorriso a piegarti le labbra. L’inverno scava dentro te un tunnel, gelido e duro come il marmo. Che fine hai fatto, primavera?! Un tempo mi stringevi la mano, mi cullavi dolcemente sussurrandomi dolci primizie. Ed il grano non ha più lo stesso colore, i campi spogli non partoriscono più vita e tu, rannicchiato su te stesso, tremante come la foglia d’autunno prima di cadere al suolo, continui a porti perché a ricordi ormai sbiaditi dal tempo. Scende la notte sui volti bui. Scende la notte sui nostri cuori, sul mondo, la terra, il cielo. I lupi s’affannano, cercano la luce che ti porti dentro. Ingenuamente condividi, porti quel che puoi per far festa, per essere felice con gli altri. Ma il mondo è crudele, di un cattivo che più malvagio non si può, e ti consuma, ti logora dentro lasciandoti solo, al buio, con solo l’esperienza a consolarti. Stai attento, i lupi mordono, sbranano. Stai attento, la polvere in faccia fa male, acceca. Scende la notte su i tuoi pensieri ma almeno la speranza resta a farti compagnia anche quando cadi di faccia nel fango.

Sotto le luci del cambiamento

“Ionizzare l’atmosfera, ecco la soluzione” l’idea corse veloce, da un emisfero all’altro di quel cervello per metà umano, per metà artificiale. Tra le mani un enorme cartiglio raffigurante piste, circuiti vitali che avrebbero reso quel mondo privo di qualunque forma di male. “Gli ioni negativi attirano quelli positivi neutralizzandoli. L’alta tensione, cinquecento volt dovrebbero bastare” ma il computer che per metà lo componeva propose ben altro rilevando incongruenze nei calcoli. L’occhio meccanico rivelò, al cervello, una lista infinita di stringhe in codice binario finchè, con un cigolio robotico, venne rivelato l’errore. “Cinquecento volt e ionizzerei il mondo conosciuto fino a quelle montagne, fino all’orizzonte che perfino tu, occhio biometrico, non riesci a scavalcare” pensò quell’essere mentre l’occhio umano si incantava pensieroso, pallido verso l’alimentatore valvolare ad alta tensione. “Condizioni del tempo: tempesta elettromagnetica in arrivo, versante ovest scoperto” d’improvviso allertò il computer timoroso per il proprio elaborare. Nel frattempo dei cumulonembi, minacciosi, neri come il catrame avanzavano verso il castello, la radura, il fluire armonioso degli elettroni. La terra, caricata negativamente, si fece protagonista di un fluire anomalo di energia, anima pulsante dell’intero universo. Le nubi coprirono il cielo, niente pioggia. Quel nero spietato inghiottì il mondo regalando sprazzi di luce, squarciando il silenzio e risucchiando la vita. La terra partorì fulmini, tuonò il mare impetuoso. Tutto si fece tremendamente surreale. “E’ al contrario, questa non ci voleva” sussurrò l’elettroumano mentre spiava il mondo da un feritoia, nel suo castello. “Sta consumando la terra, maledetta energia positiva” ripeté mentre, afferrando l’alimentatore, volse lo sguardo alle scale raggiungendole rapidamente. Nel frattempo la tempesta avanzava, raggiunse la città, avvolse le case, le piazze e gli animi corsero in ogni dove per trovar riparo. Un cortile davanti casa, capelli a caschetto color grano e due occhi color nocciola stringevano una palla rossa, nuova di fabbrica. Una donna avvertì dalla finestra l’orizzonte, color petrolio, avanzare pesante verso il suo piccolo uomo. A nulla valsero le sue grida, le sue ammonizioni. La gomma della palla divenne fuoco inglobando quelle piccole mani, i polsi, gli avambracci tra le grida strazianti del piccolo. La donna corse giù per le scale, scavalcando i gradini con lunghe falcate. Giunse sull’uscio del palazzo appena in tempo per guardare suo figlio annichilire, dissolversi nel nulla come polvere soffiata via dal vento, in un bagliore color elettrico che tuonò impetuoso come lo scroscio di una cascata. L’animo divenne di pietra, gli occhi gelarono sbiancando ed il corpo cadde sul porticato divenuto elettrostatico. BJT, l’elettroumano, avvertì il dolore, si fermò di colpo sulle scale a chiocciola del torrione. Poggiandosi pesantemente sulla fredda pietra avvertì il male, l’energia che stava logorando il mondo, il cielo, l’oceano. Una visione, allucinante e fulminea, lo avvertì: onde alte dieci metri, la vita trascinata verso l’oscurità ed alla fine la luce, il sole brillare fiero in alto e mille gabbiani volteggiare liberi lì dove il mare incontra le nuvole. Un sorriso ruppe il gelo di quel volto martoriato dalle cicatrici e dalla voglia di rinascere. “Se quel che di umano mi resta riesce ancora ad immaginarlo allora è fattibile, ne sono certo” sussurrò mentre, stringendo i pugni, saltava gli ultimi gradini dirigendosi verso il molo. Quando fu all’aperto, però, il vento elettrico gli ricordò cos’è la paura pietrificandogli le gambe, lo sguardo. Alla vista del mare in tempesta, dei fulmini che tuonavano dalla terra neanche il computer seppe far nulla se non elaborare, cercando soluzioni per proseguire. “E’ già tutto lì, la barca, il mare. Se solo non provassi paura, timore” e mentre l’uomo pensava la macchina propose “settore centouno, partizione paura, formatta”. “Ho già compromesso di molto il mio cervello, non mi resta nulla a parte la paura. I brutti ricordi, l’ansia, la rabbia tutti dimenticati, formattati, andati persi per sempre. Non ho altra scelta, cosa mai diventerò?!” e mentre l’uomo si interrogava poggiando il capo al muro, scivolando silenziosamente sul pavimento per accovacciarsi pensieroso, la macchina bruciava la carne, le sinapsi, i neuroni cancellando ogni traccia della paura. Un brivido elettrico seguito da un lieve ronzio, niente dolore, niente rabbia, niente ansia e da quel giorno niente paura. Il bagliore blu di un fulmine illuminò quel volto, la pupilla umana si dilatò mentre il sistema si riavviava a causa delle nuove modifiche. Un sussulto, la mano si strinse sull’alimentatore. Le braccia sollevarono il busto, le gambe accompagnarono facendo leva sui piedi e quello che un tempo doveva essere solo un essere umano mosse la sua sua volontà verso la tempesta. Un’impermeabile scuro, un cappello nero a tesa rigida coprivano quell’insieme di carne, metallo e circuiti. Sulla barca solo il rumore assordante del plasma elettrico che bucava il dielettrico dell’aria copriva il frastuono cigolante dei servomotori che pilotavano il braccio sinistro di quella creatura che, guidata dal computer, remava incessante verso l’ignoto. Il mare, grigio come i ratti di notte nelle strade di città, tentò di affogarlo. E tra onde alte come palazzi, tuoni, fulmini che sgorgavano dalle acque trascinando con loro ogni forma di vita, l’elettroumano arrestò il suo remare e, annaspando su quella vecchia barca, gettò gli elettrodi in mare per poi accendere l’alimentatore. Fu una manciata di secondi, il tempo si fermò, i suoni cessarono di esistere. L’acqua restò immobile, frastagliata dal vento e da tutto quel frastuono. Un bagliore bianco si accese sotto la barca, diramandosi, espandendosi come una macchia d’olio. Lentamente quell’energia regalò fotoni all’aria che si ionizzò creando una coltre blu. BJT restò lì, fermo, mentre gli elettroni gli danzavano attorno. Riuscì a sentirne i pensieri, li sentì dialogare e raccontare di avventure sulle nuvole e nei meandri più nascosti degli oceani. Li vide condensarsi in una figura umanoide, essere di luce abbagliante. Tese la mano regalandogli una calda, elettrica carezza che mosse l’aria facendogli volare il cappello. L’ettroumano restò lì, immobile su quelle quattro assi di legno mentre il cielo osservava il cranio martoriato da mille operazioni elettroniche, mentre un milione di luci esplodevano sulle nuvole ed il mondo si prostrò ai suoi piedi. Quel giorno il mondo rinacque per mano di chi, un tempo, venne perseguitato, odiato ed un abbraccio animò ancora gli elettroni prima di diffondere gli ioni negativi in un gigantesco boato atomico.